Per la prima volta riescono a collegare un cervello umano a un computer senza cavi

Grazie al progresso e alla tecnologia, moltissimi campi di studi che prima sembravano lontani anni luce, oggi sono finalmente oggetto di ricerca. Fa sempre piacere sentire che, in qualche modo, l’automazione può essere d’aiuto per risolvere i problemi delle persone meno fortunate. Nell’articolo di oggi vogliamo parlarvi proprio di come gli scienziati abbiano finalmente trovato un modo per collegare il cervello umano ad un computer. Di questa scoperta sperimentale, ne potranno beneficiare soprattutto i pazienti che hanno perso la funzione di uno o più arti.

Grazie all’ impianto BrainGate, è possibile mettere in collegamento il cervello con un supporto digitale, senza bisogno di fili e cablaggi. In questo modo vengono letti gli stimoli dei pazienti e registrati nel database della macchina. A loro volta queste informazioni potrebbero essere riutilizzate per impartire comandi a braccia o gambe artificiali.

Gli scienziati della Brown University, nel Rhode Island (Stati Uniti) hanno utilizzato un’interfaccia denominata Brain-Computer Interface per raccogliere i dati. Parte del merito è da attribuire al prototipo Neuralink ideato nei laboratori del magnate Elon Musk. Il BrainGate è stato realizzato a partire da tale progetto, dato che il prototipo dell’imprenditore è stato alla fine testato su un maiale di nome Gertrude. Ma come funzionano questo tipo di interfacce?

Per prima cosa viene impiantato un chip all’interno della zona motoria del cervello, in modo da registrare i dati. Grazie a queste interfacce i pazienti possono scrivere su schermi o impartire comandi a protesi robotiche. I messaggi registrati dal cervello vengono codificati, per permettere ai dispositivi artificiali di comprenderli e rispondere allo stimolo. La ricerca era già a buon punto, ma il vero passo in avanti è avvenuto grazie all’abolizione di centinaia di cavi che rendevano poco pratico l’utilizzo delle interfacce.

Leigh Hochberg, professore di ingegneria della Brown University ha voluto sottolineare proprio questo aspetto: “Tutti i cavi sono stati ridotti ad un piccolo trasmettitore di 40 grammi, impiantato sulla sommità della testa”. Fino ad oggi questo dispositivo è stato testato solo su due uomini: uno di 35 anni e uno di 63, entrambi con lesioni al midollo spinale. Il nuovo tipo di tecnologia ha avuto anche riscontri pratici, infatti i pazienti hanno utilizzato tale sistema direttamente da casa loro.

Secondo gli scienziati questa nuova tecnologia è molto più pratica, affidabile e a lungo termine, oltre ad avere un’autonomia completa di 24 ore al giorno. I risultati sono stati sorprendenti, tanto che i due pazienti hanno ben presto assimilato la capacità di comunicare tramite l’interfaccia. Ad oggi si tratta ancora di un supporto in fase sperimentale, ma ben presto potrebbe trovare spazio in commercio. Finora ha dato i frutti sperati, e chissà che non possa aiutare tutte quelle persone che hanno perso la possibilità di muovere le loro articolazioni.